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Comma 7: le major del videogame invocano un intervento del Legislatore

20 Marzo 2015

(Tratto da GiocoNews.it) Rimini – Si è parlato, questa volta, anche di videogame (Comma 7) all’interno di Enada primavera, nel dibattito dal titolo: ‘Il videogame tra liberalizzazione, legge delega e tutela dei diritti di impresa’, incontro organizzato da Gioconews.it all’interno della fiera.
“La situazione normativa richiede interventi che potrebbero avvenire con la legge delega, una possibile opportunità per rimettere in sesto il settore e consentire al legislatore di intervenire in maniera adeguata. Potremo parlare di questo settore in maniera approfondita grazie ad una serie di relatori tra normativa e produttori dei colossi del gaming”, ha spiegato il Direttore della testata, Alessio Crisantemi.
“Mi limito ad osservare il ruolo del settore sotto altri profili: è un settore di grande rilevanza mediatica. Uno Stato che vuole tutelare i consumatori contrastando il gioco patologico non può che investire su un settore di puro intrattenimento e senza controindicazioni. Sentiamo spesso dire quante macchine vlt sono dislocate sui territori e mai quanti apparecchi di puro intrattenimento sono sul territorio. Se una regione come la Lombardia, per esempio, denuncia la presenza di oltre 70mila new slot sul proprio territorio e oltre 10mila vlt – che sono effettivamente una quantità consistente – nessuno si ferma mai però ad osservare che sullo stesso territorio si trovano anche 12mila videogiochi di puro intrattenimento. Segno evidente che esiste una domanda di ‘intrattenimento’, appunto, e non strettamente di ‘azzardo’, come la si definisce al giorno d’oggi”. Non solo. A confermare la mancanza di attenzione rispetto a questo settore è anche un altro aspetto: “Se guardiamo gli ultimi rapporti consegnati dagli ultimi direttori dei Monopoli in Parlamento, nei quali è contenuta una panoramica generale sullo stato del mercato dei giochi fino a quel momento, non viene mai neppure citato il comparto dell’amusement. Eppure rientrerebbe anche questo all’interno delle competenze dello stesso ente, oggi Agendia. E perché mai dovrebbe essere accantonato un settore così importante, sotto tutti i profili sopra descritti?”, conclude il direttore di Gioconews.
Nel corso dell’incontro ha preso la parola anche Cino Benelli, legale esperto in cause di gaming. “Abbiamo un decreto delegato ancora non emanato ma in una bozza sembra che sia stato inserito il gioco senza vincita in denaro nella riserva allo Stato. È la riserva sancita da un vecchio decreto per cui il gioco deve essere organizzato e gestito dalla ‘mano pubblica’. Per quanto riguarda gli apparecchi con vincita in denaro devono esserci dei concessionari ma per l’amusement no. A questo punto tali apparecchi dovrebbero trovare ospitalità in un altro corpus normativo ma non nella delega fiscale: si potrebbe arrivare ad un eccesso di delega. Quello dell’amusement è un settore liberalizzato e necessita di una sua regolamentazione, può essere esercitato in regime di monopolio ma neppure essere privo di limitazioni. In merito alle questioni di ordine pubblico – chiamate in causa sempre quando si parla di gioco pubblico – deve essere l’amministrazione a dimostrare che anche i videogame potrebbero costituire una minaccia in tal senso. Ad esempio, il decreto Balduzzi riguarda esclusivamente il gioco con vincite in denaro e non quello dell’amusement. Quindi lo Stato e Adm devono affrontare un problema di coerenza del sistema italiano”, prosegue l’avvocato.
L’incontro vede la partecipazione di numerosi operatori del settore. “Le difficoltà del settore stanno nel fatto che bisognerebbe dare una medaglia a chi apre un locale in cui offrire questi giochi”, esordisce Roberto Marai di FaroGames, azienda importatrici di brand internazionali dell’intrattenimento. “Ci sono tante ragioni alla base: il gioco in denaro e la crisi ci hanno dato colpi durissimi; in più una serie di restrizioni legislative che l’Italia ci ha messo a disposizione, problemi di omologazione. Perciò, noi dobbiamo accasarci altrove perché i Monopoli non hanno seguito il settore. L’ulteriore tassazione prevista dalla legge delega rischia di ridurre ai minimi termini un settore già in crisi: questa è la sfida che dobbiamo portare avanti nel futuro”.
Nel dibattito intervengono anche i maggiori colossi mondiali dell’intrattenimento, per la prima volta nel nostro paese: “Produciamo più di 125mila giochi e redemption ed esportiamo in tanti paesi nel mondo. Raw Thrills investe molto nel prodotto perché la competizione in 50 Stati è difficilissima”, sottolinea Max Struhs di Raw Thrills . “Venti anni fa l’Italia era uno dei mercati più importanti al mondo è attualmente non lo è più. Crediamo che con un cambiamento legislativo potremo focalizzare la nostra intenzione su questo mercato. Dovevamo capire i processi di omologa che rallentano il processo di ingresso nel mercato. Servono mesi di lavoro e tanti soldi. Questa è la situazione: dobbiamo chiarirci sulle norme nel modo migliore; auspichiamo che questo mercato possa essere sviluppato e saremo disponibili a sostenere un processo di sviluppo nel miglior modo possibile collaborando con le autorità italiane”.
-“Quello italiano è sempre stato uno dei mercati più importanti ma siamo preoccupati per la debolezza dei comma 7, che sono stati trascurati dalle autorità responsabili con tante occasioni gettate al vento. C’è stato un grosso sviluppo tecnologico ma per i videogiochi a moneta non possiamo utilizzare alcuni prodotti regolamentati nel mobile e nell’online”, ricorda Maria Carmen Villaroya responsabile per l’Europa del colosso internazionale Sega. “I Monopoli potrebbero rendere più flessibili i comma 7 per aiutarci a competere in un mercato sempre più duro. È costoso adeguare i giochi per la legge italiana. Questo non ha senso. Il Governo deve fare passi importanti nella legge delega per favorire i comma 7 e pensare anche all’occupazione e all’indotto che c’è dietro a questo settore. Se continuiamo con questo sistema di regole e con queste procedure di omologazione, entra qualche anno la nostra come le altre aziende produttrici non avranno nessun prodotto da offrire all’Italia, per un autentico paradosso”.
“Esportiamo prodotti in più di 50 Paesi e siano riconosciute una delle maggiori aziende cinesi”, dichiara Steven Tan, di Universal space. “Siamo collegati al settore del cinema e del mobile e vogliamo far giocare gli home games alle famiglie anche fuori casa. Siamo riusciti a dimostrare al governo cinese cosa significa questo settore e questo è fondamentale. E oggi in Cina il settore dell’amusement è stato affidato alle competenze della Commissione Cultura, perché il nostro governo ha capito che si tratta di una risorsa per l’apprendimento e lo sviluppo culturale dei giovani. Quello che state cercando di fare in Italia è possibile perché l’abbiamo fatto noi dimostrando che è un settore sano e unisce molti valori”.
L’Italia è stato un mercato importante anche secondo Julian Goicoa, Responsabile di Bandai Namco in Europa. “Ma con l’avvento del gioco a soldi veri si è complicato tutto. È stato negativo per le famiglie.  In Spagna la situazione è simile all’Italia ma gli imprenditori vanno fino in fondo riconoscendo le direttive europee. Ma perché l’Italia non applica la direttiva europea? Non fa parte dell’Ue? Lo Stato ha paura dell’innovazione e teme di regolare alcuni giochi. E gli italiani non meritano questo perché il mercato va ad una velocità diversa. Dobbiamo fare un lavoro di comunicazione in questo senso perché il nostro mercato in questo modo viene distrutto. Gli italiani non meritano quello che sta succedendo oggi in Italia e dobbiamo intervenire”.
“Da 60 anni ci occupiamo di flipper e abbiamo lavorato con tanti operatori”, ricorda Gary Stern di Stern Pinball. È un gioco di abilità che si trova dappertutto e cui tutti possono giocare. E’ un po’ come il tennis, insomma, e abbiamo professionisti ma anche tantissimi players occasionali. Qui a Enada abbiamo un campionato organizzato da Tecnoplay e Ifpa. In Italia il flipper fa parte del tessuto industriale e della società come macchina da intrattenimento. La nuova legge sarebbe molto difficile e complessa per noi e per il nostro prodotto: altre normative danneggerebbero ancora di più la situazione. Vogliamo avere un ruolo in Italia e speriamo che ulteriori leggi e tasse non complichino la nostra permanenza”.

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